Il muratore precario soffre di norma di diversi problemi di salute, imputabili, in parte, alle abitudini lavorative e ai materiali costruttivi utilizzati e, in altra parte, allo stato di assoluta instabilità del suo lavoro.
Nella prima categoria rientrano le stesse patologie da cui è generalmente affetto il muratore anche non precario, quali mal di schiena e dolori articolari diffusi, allergie, asma e malattie respiratorie. La prima grande differenza rispetto al manovale non precario risiede nelle possibilità di prevenzione e cura del manovale precario. Sul versanto preventivo, quest'ultimo, condotto in cantieri che non conosce per fare cose per le quali non ha avuto una formazione specifica, tantomeno un briefing di qualche minuto, e trovandosi nei suddetti sconosciuti cantieri con qualifica e autorizzazione pari se non inferiore a quella di qualsiasi anziano accorso a seguire i lavori, non ha a sua disposizione attrezzature di lavoro adeguate concepite per scopi di protezione e prevenzione, oppure pur possedendole non sa nemmeno come usarle. Sul versante cura, essendo pagato alla giornata secondo una tariffa che va da i tre e ai cinque euro all'ora e spendedoli spesso poi in larga parte per l'acquisto di sigarette, detergenti per il viso e magliette aderenti (con la speranza di avere lo stesso successo del manovale della Coca-Cola), non è in grado di accedere a cure adeguate al manifestarsi delle malattie, per cui tende a far cronicizzare il problema.
Della seconda categoria fanno parte quei disturbi che si amplificano a causa del continuo cambiamento di cantiere e di materiali per il lavoro, in parte già anticipati. Infatti, il muratore precario non sempre "ha un mestiere" da rivendere sul mercato del lavoro, piuttosto due forti braccia da offrire la mattina presto al miglior offerente come accade lungo via Togliatti nel tratto tra la Casilina e la Prenestina, a Roma, pressappoco ad ogni alba. In queste condizione, non sempre affiancato a muratori esperti, è per lo più condotto in cantieri sconosciuti con altri muratori precari come lui o altri manovali improvvisati, in una babele di lingue e maestranze e abitudini costruttive, dove se risulta difficile imparare un mestiere (secondo la tipologia della trasmissione dal mastro all'apprendista), è del tutto impossibile liberarsi dalle braccia tentacolari delle ditte edili che a volte lo fanno lavorare ma, comunque, non lo assumono, sempre gli chiedono di usare prodotti di scarsa qualità.
Ed è questo l'altro fattore determinante, in termini epidemiologici.
Il continuo cambiamento di materiali ma la costante scarsità della loro qualità, nonché la presenza di materiali non propriamente sicuri e, a volte, adatti più alla costruzione di un castello in spiaggia che di un edificio in città, porta il muratore precario a soffrire di allergie da calce, da colla, da polveri, da tufo, da fieno, e ad ogni altra cosa che respira/aspira, ad esclusione delle sigarette. Ciononostante il manovale si sniffa continuamente il braccio e le polveri su di esso presenti, già amalgamate insieme da qualche goccia di sudore che gli imperlava la fronte e asportata con l'usuale gesto: questa abitudine contribuisce ad accelerare le reazioni chimiche tra i vari contaminanti e determinanti di malattia e, di conseguenza, facilita l'unione sistemica dei sintomi in un'unica sindrome. Sempre, in media, da quattro soldi.
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domenica 1 settembre 2013
martedì 23 luglio 2013
________________Epitaffio per una Legnano rossa _________________ MOLTO SINGOLARE POCO COLLETTIVO
Vivevo a Roma quando Sante mi disse di aver trovato una bici abbandonata.
" Papaaaaaa', ti prego... "
" No, aspetta Sa', guarda che è bella! L'hanno lasciata in campagna, sai, dove stanno quelle discariche abusive... "
" Ma che schifo! "
" Non ti preoccupare, l'ho portata subito a lavare e disinfettare. E' bella, si piega, è rossa... l'ho presa per te."
Le cinque parole magiche: l'ho presa per te.
Qualche settimana dopo una Legnano rossa abbandonata e trovatella era in viaggio da Taranto a Roma. Giunse un caldissimo pomeriggio, al braccio di Sante che la portò fin sul pavimento del mio balcone, all'ottavo piano di un condominio da dove si vedevano solo antenne.
Era bellissima.
Ed era la mia prima bici. La prima bici mia.
Ero passata dalle bici inutilizzate di mio fratello, su cui avevo avuto un tardivo coraggio di provare a salire, alla graziella bianca di nonno Peppo, lascito fisiologico.
Ma mai avevo avuto una bici mia. Certo, non sarei stata la prima ad avere lei, ma l'avevo in quel momento e in quel momento, guardandola, avevo desiderato averla mia fino alla fine.
Era bellissima.
Perfetta.
Datata 1982.
Era bellissima.
Abbandonata e trovatella, salvata da Sante in mezzo alle campagne pugliesi e ora pronta ad affrontare l'Urbe, a dimostrarmi che potevamo raccogliere la sfida di recuperare un rapporto umano con una città invivibile.
La prima volta che ho usato il manico per portarla a braccio fino a largo Orazi e Curiazi avevo una paura adrenalinica che ricordo perfettamente... Balzai sulla sella e mi diressi verso la Caffarella. E lì giunse la prima delegittimazione: "Dove vuoi andare con quella bici senza marce!"... "Ovunque" fu la mia stupida orgogliosa risposta al canuto romano che, passeggiando, s'era imbattuto in una ragazza che risaliva faticosamente i piccoli pendii del parco.
Ma così fu. Fu ovunque. L'ovunque per me.
La Legnano mi portava in quindici minuti da Marco, che è un terzo del tempo che ci impiegavo in metro. La prima volta che ho percorso via Cilicia per andare da lui, ho avuto molta paura. Mi fermai poco prima del curvone per raccogliere le forze. Il coraggio me lo diede il sorriso di quel signore in bici, con la polo a righe e gli occhiali con le lenti transitions: mi salutò con un cenno della testa tonda e calva e un gran sorriso. Mi sentii parte di una comunità, una piccola comunità di coraggiosi in bici. Ed quel coraggio collettivo e condiviso mi spinse lungo quella brutta strada una, due, tre, decine di volte.
La Legnano mi portava a casa Messina, senza vergognarsi della sua guidatrice vestita di imbarazzanti accessori catarinfrangenti che fecero ridere tantissimo perfino Pedro, il mio dog-terapeuta.
La Legnano mi ha fatto conoscere le ciclofficine fino in fondo, mi ha fatto sporcare le mani di grasso, imparare a cambiare i freni, riparare una camera d'aria, mi ha fatto lavare le mani in mezzo ad altre decine di mani, mi ha fatto sentire l'emozione di vedere dei ragazzini che insegnavano agli adulti come smontare e rimontare una bici intera.
La Legnano m'ha accompagnato sull'Appia Antica. La Legnano mi portò una volta al mare a Santa Marinella con il noto poeta. La Legnano stava accanto a me in piazza mmmerda, o durante i concerti estivi al Verano, o alla festa democratica a Terme di Caracalla, o sui sanpietrini a Trastevere.
Ed era generosa, eravamo generose.
La fontana in mezzo a piazza Santa Maria in Trastevere ci ha viste girare almeno tre volte con il Nero che guidava e me ed Angelo arrampicati sulle sue piccole ruote da 24. E s'è fatta mettere le mani addosso da quel molesto ubriacone di Pio, che le ha lasciato un segno indelebile... direi un orgoglio "forato".
La Legnano mi ha riaccompagnata completamente ubriaca dall'ex-mattatoio, dove'ero con la mia amica immaginaria. Un sempre-amico e un nonancora-nonpiù-amante mi inseguirono fino al semaforo di Piramide per convincermi a desistere, ma nulla mi avrebbe convinta a rinunciare ad un meraviglioso viaggio in Legnano fino all'Appio Tuscolano, godendo del vento in faccia in una serata calda di ancora-estate.
La Legnano mi ha accompagnata in piazza del Popolo per il primo "Se non ora quando", mentre un ragazzotto, assolutamente non pronto alle mie parole, leggeva il mio intervento al "Se non ora quando" di Carosino, in mezzo alla piazza, dove la parola "menne" ancora rimbomba nella vasca della fontana del settecento.
La Legnano mi ha accompagnata in piazza del Popolo per il primo "Se non ora quando", mentre un ragazzotto, assolutamente non pronto alle mie parole, leggeva il mio intervento al "Se non ora quando" di Carosino, in mezzo alla piazza, dove la parola "menne" ancora rimbomba nella vasca della fontana del settecento.
La Legnano mi ha accompagnata alla manifestazione del 15 ottobre e insieme siamo fuggite dalle cariche della polizia, insieme abbiamo girato attorno a piazza San Giovanni inaccessibile e incendiata, aggirando il quartiere fino ad arrivare in via Appia Nuova, tra i cassonetti bruciati e le piccole squadre di ragazzini vestiti di nero, con caschi neri, mazze nere, bottiglie nere, menti nere, che ci passavano accanto e ferivano la nostra città, il nostro quartiere e noi piangevano e Anna mi chiamava preoccupata e MaiLo mi inviava aggiornamenti sul mai funzionante Blackberry.
La Legnano mi ha accompagnata alle riunioni collettive davanti a Santa Croce in Gerusalemme, dove con la Vale ci chiedevamo che cazzo ci facevamo lì e come cazzo pensavano quei giovani seduti in cerchio sul prato di cambiare il mondo scuotendo le mani in stile alleluja-dei-boyscout.
La Legnano mi ha regalato l'anno più bello della mia vita romana, mi ha fatto alzare lo sguardo e scoprire la bellezza dei palazzi del mio quartiere, mi ha fatto scoprire strade nuove, marciapiedi sconnessi, mi ha fatta insultare dai pedoni e minacciare dagli automobilisti, mi ha fatto recuperare l'umanità di quella non-città che ho amato ed odiato per dodici anni della mia vita.
Non son stata capace di trattenerla a me.
Me l'hanno rubata, a Pisa, il 10 luglio 2013.
domenica 20 maggio 2012
Piazza Pantheon e la strage di Brindisi
Mi sono avvicinata a Piazza Pantheon, ieri, con fare preoccupato e cautela sospetta di chi ne ha viste di manifestazioni e mobilitazioni a Roma, troppe delle quali fini a se stesse. Davanti ad un evento, come la strage di Brindisi che tocca dritto alle interiora, che produce emozione, ansia, angoscia, immedesimazione nelle famiglie, nelle studentesse, nella cittadinanza di Brindisi... è facile semplificare, forsanche mistificare.Eppure la serie degli immediati commenti del mondo istituzionale mi ha colpita profondamente, mutando anche il mio primissimo orientamento concentrato sulla SCU (Sacra Corona Unita) brindisina, sulle mafie "locali", sulle mafie, sulla criminalità "piccola"... e facendomi pensare a ben altro.
Napolitano
...barbaro attentato... appello alla vigilanza e al fermo e concorde contrasto nei confronti di ogni focolaio di violenza eversiva...Monti
"Il governo intende avere la più grande fermezza e determinazione contro ogni tipo di criminalità e opera perchè il paese sia più che mai unito in questi momenti"Profumo
Lo Stato deve dimostrare in queste occasioni la sua presenza e mandare un messaggio e un segnale di vicinanza a tutto il mondo della scuola.
Allora, mentre a Brindisi in piazza si alternano bellissimi interventi sulla lotta alla criminalità che dovrebbe essere quotidiana, sul non attendere le stragi per lottare la violenza e la paura cominciando dalla scuola, sull'interessarsi sempre di luoghi spesso abbandonati a se stessi come Brindisi, di non abbandonare a se stessi questi luoghi... cose che leggo come richiesta di vicinanza delle istituzioni... io cosa mi aspetto andando a piazza Pantheon?
Temo esattamente quello di cui sopra: che la "società civile" ora risvegliatasi, che le figure istituzionali assenti e non più rappresentative e il mondo sindacale incapace o forse non interessato a tutelare il mondo del lavoro sempre più privato di diritti e dignità (per l'occasione tutti riuniti a Brindisi per sfruttare la visibilità del momento), che questo potpourri di umanità organizzi manifestazioni, fiaccolate, sit-in, eventi che non parlano solo di indignazione, ma che parlino anche di necessità di favorire l'unione del Paese (inteso come cittadinanza e stato) contro gli autori del gesto, contro la criminalità, contro l'anti-stato, sancendo un nuovo riconoscimento nello stato stesso.
E allora penso alle dichiarazioni dei governanti, quelle sopra e quelle dei giorni scorsi, in cui la preoccupazione del Paese era arginare i no-tav o i centri sociali o i manifestanti o i nemici di Equitalia (che è lo stato e quindi è cosa buona) o chi ha espresso il disagio in questi mesi di costante ingiustizia sociale.
E allora mi aspetto questo dalla piazza di Roma, mi aspetto che il disagio profondo dell'Italia sia soffocato dalla paura di un nemico "esterno", dalla necessità di sentirsi protetti, dalla richiesta della presenza di uno Stato, di una legge, dalla giusta ondata di emozioni che una strage può portare insieme a interpretazioni di portata locale, territoriale e di breve periodo. Avvicinandomi a Piazza Pantheon temo che l'evento non sia ricondotto all'interno dell'odioso calderone degli enormi problemi del Paese...
Ma fortunatamente così non è stato, almeno ascoltando gli interventi e le reazioni di chi ascoltava e interagiva. Almeno secondo quanto è riuscita a riuscita a trascrivere la mia mano.
"Che poi, se si è fisionomisti, le persone le riconosci quasi subito, te ne accorgi che, alla fine, il nucleo forte di certe manifestazioni a Roma è costituito da un gruppo relativamente piccolo di persone. Se si pensa a quant'è grande Roma...
Non li conosco, ma li riconosco e mi piace vederli, mi piace vedere le loro facce, mi piace sentire le loro parole, mi piace notare le loro mani libere.
Ma quello che mi è piaciuto tanto stasera è che una parte di questo piccolo nucleo ha chiamato un tipo, gli ha chiesto camioncino e amplificazione mobile che usa per lavoro, e insieme hanno messo a disposizione di tutti e tutte questo pseudo-palchetto e un microfono.
E' stata una bella piazza oggi davanti al Pantheon. Una piazza in cui quella chiusura fittizia di una strategia politica che da anni tenta di separare e mettere la "cittadinanza" contro quelle "classi di nuovi capri-espiatori" che sono i centri sociali, l'associazionismo, i movimenti, i comitati, gli attivisti, ecco quella chiusura e separazione forzata e fatta credere si è dissolta. Si tratta di una contrapposizione dolorosa che forse i nostri padri e le nostre madri hanno già vissuto prima di noi e che oggi si è confrontata con la realtà di una città che invece ha dimostrato di non aver paura dell'attivismo, della partecipazione, del pensiero e della sua espressione.
E allora eccola l'Italia. Eccola l'Italia che parla di Melissa, di Veronica e della scuola Mordillo Falcone. Eccola l'Italia delle studentesse e degli studenti, romani e fuori-sede, dei padri e delle madri, di insegnanti, precari, partigiani, operai, laziali, pugliesi, meridionali, italiani e non italiani, cittadini e cittadine... Eccola l'Italia che urla "Basta!", che è stanca, che chiede giustizia, che non vuole si ripeta mai più un'offesa tanto grave. Eccola l'Italia che s'incorona d'alloro e di spine, che parla del meglio e del peggio, che pensa, che piange, che strilla, che parla delle donne e della loro importanza, del loro essere l'occasione di questo Paese per cambiare; dei giovani studenti e dei loro insegnanti precari; della politica che è questa piazza, che è oggi, che è ogni giorno con le nostre scelte, e dell'anti-politica che è sempre più chiusa nei palazzi del potere; del rapporto stato-mafia (con lo stato che è lontano mille miglia dalla gente); delle risposte che aspettiamo e che non siamo più disposti ad aspettare; delle verità che ci vengono nascoste e che pretendiamo; del sistema di cui non siamo più ingranaggi ma "vittime"; della mafia "piccola", della mafia "grande", della mafia dentro al tessuto della società, della nostra società, della mafia che è la società, della mafia dentro al potere, della mafia che è il potere; di quella mafia che è e si nutre di silenzio, di menefreghismo, di disillusione e di paura. Eccola l'Italia lucida nel disgusto di un attacco a quanto c'è di più intimo nella società civile. Eccola l'Italia che comprende come questo attentato stragista possa essere riportato ad una strategia che conosce, che ha vissuto, che rigetta, cui non si piega nemmeno questa volta. Eccola l'Italia che si mostra, che parla, che ha migliaia di volti e migliaia di voci, che non ha paura e che si rappresenta da sola. Eccola l'Italia che non si rifugia nei partiti, nei sindacati, nelle braccia spalancate di questo stato (putacaso) pronto ad accoglierlo e difenderlo ora da questo nemico fantasma, dopo averlo portato alla disperazione, alla fame, al suicidio. Eccola l'Italia che non vuole farsi soffocare, strangolare dalle strategie della tensione e del terrore. Eccola l'Italia ferita nel cuore del suo essere collettività, del suo essere famiglia, del suo essere futuro. Eccola.
E questa piazza, ora, con il sole tramontato, l'illuminazione aranciata, il chiacchiericcio fervente dei ragazzi e delle ragazze di daSud e di Libera che dalle fessure tra un sampietrino e l'altro sale fino a me, seduta tra le colonne del Pantheon, è tristemente bella, è tristemente e coraggiosamente bella. E' futuro.
Deve comincia nuovamente una stagione, per riprenderci questo Paese."Credo in questo tipo di piazze.
Credo nell'intelligenza degli Italiani e delle Italiane che vogliono vivere, che voglio emergere, che vogliono "ex-vertere", che si vogliono difendere dagli ordini "di importanza strategica e nazionale", fosse un buco pericoloso per la salute che porta soldi a certe cerchie ristrette, fosse il giro di vite sulle nostre vite per rispettare i dictat della finanza europea e mondiale.Credo nel conflitto sociale, perché esprime il disagio, perché lo fa conoscere, perché è la strada per risolverlo.
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sabato 19 maggio 2012
Teorie e Tecniche dell'Elemosina Post-Moderna
Negli undici anni che mi hanno vista a Roma, tra due linee di metro, uno Stato dentro una Capitale, una quantità di turisti che supera quella dei residenti, troppe auto posteggiate ancor più auto in cerca di posteggio, troppe persone in fila nelle traffico creato dalle loro auto e ancor più persone bloccate sugli autobus fermati dal medesimo traffico creato da tutti coloro che si lamentano di quanto male funzionino i mezzi pubblici... negli undici anni passati nel caos e nel disordine di questa metropoli, MAI MAI ho visto tanta disponibilità della gente* a concedere del'elemosina.
Sarà la crisi?
Sarà questa tremenda crisi e la pressione che ci sentiamo addosso?
Non lo so, forse è questo peso del futuro incerto, di questo peggio che non si sa se è finito e se finirà, ma effettivamente MAI ho visto dare tanta elemosina in questi ultimi anni. Perfino ai e alle rom, particolarmente poco amati nella Roma neo-fascista di Alemanno e CasaPound. A parte qualche costante eccezione, come il turista veneto che inveisce contro la ragazzina-madre rom dicendole "Ma va lavura'", in mezzo a tutte le invettive irripetibili, senza pensare che, evidentemente, sta già lavorando, che quello per lei è il suo lavoro...
Onestamente è anche vero che MAI MAI ho visto così tanta gente chiedere l'elemosina.
Ed evidentemente anche in questo ambito si sta creando una certa concorrenza... che ha portato a sviluppare forme originali, direi creative, di approccio all'elemosina.
Non posso non citarne qualcuna, in particolare le tre che secondo me sono rappresentative di nuove teorie e tecniche applicate di elemosina post-moderna.
1. il sexy-barbone
Capita in via Marcantonio Colonna, proprio a qualche decina di metri dall'uscita della MetroA Lepanto, di ritrovarsi a passare accanto al senza-tetto, al secolo "barbone", seduto per terra, dal volto scuro e sporco, con abiti più grandi due volte rispetto alla sua misura, berrettino anni '80 e mano protesa. Ma questa volta non era un "barbone di turno", come purtroppo se ne vedono sempre di più in città, abbandonati alla fortuna di un riparo e della Caritas di Termini. Questo senza-tetto ha deciso di puntare sul mercato del porno! Per cui ti accorgi in un momento che la mano non protesa, l'altra, la destra, è tra le gambe e fa su e giù tenendo in mano qualcosina di rosso.
Una forma di scambio, con un prodotto che di norma rende... di norma. Forse bisogna lavorare di più sul "prodotto pornografico", ma l'idea di base è buona!
2. la finta turista disperata
Di persone che ti fermano nelle altre stazioni ferroviarie per chiedere qualche spicciolo per un biglietto del treno che non riescono a comprare proprio per quei due spiccioli... beh, ne abbiamo incrociati tutti. Di solito si pongono, com'è ovvio, nei pressi delle biglietterie automatiche dove c'è più possibilità che ci sia qualcuno che ha spicci (e che non può affermare di non averne senza fare una figura barbina) e dove effettivamente si potrebbero acquistare i fantomatici biglietti...
Ma lei, lei è l'innovazione.
In questa tipologia di approccio all'elemosina è l'innovazione.
La si trova a Termini nelle gallerie della metropolitana. In particolare nell'incrocio che attualmente porta dalla Metro B alla Metro A, subito prima delle ultime scale mobili per la linea rossa. Lei è lì, con i suoi pantoloncini, una maglietta, una felpina, uno zainetto tipico dei viaggiatori/turisti, i capelli raccolti in un codino con un bel ciuffo, un paio di occhiali con lenti da ipermetrope che non nascondono, anzi amplificano il suo sguardo smarrito, disorientato, disperso. Lei è lì che ti chiede aiuto, che non sa dove andare, come fare, come agire... e ti chiede un euro per... E sì, fino a quel momento la ascoltano tutti e tutte: quasi nessuno passa ignorandola, ma si fermano e la ascoltano fino alla richiesta, alla quale risponde positivamente solo una piccola parte. Gli altri se ne vanno delusi e si sentono ingannati...
Ma la tecnica del "far sentire rassicurati", l'aspetto da "turista dispersa e innocente", da "persona come te", la leva sul "senso di colpa" funzionano abbastanza bene. Forse bisogna lavorare sul modo in cui si arriva alla richiesta celata di elemosina per renderla efficace...
3. chi ti strappa il sorriso
E' strategica. Lei è veramente strategica: la sua strategia è farti ridere. Beh, non tutti e tutte ridono. Ma la maggioranza lo fa e se ne ricorda e, la volta seguente, si prepara qualche monetina da darle.
Come ti fa ridere? La incontri in metropolitana, di solito nella LineaA, è bassina e scura, parla in spagnolo ma non saprei dire se è spagnola, sembra più vecchia di quanto non sia, è vestita con abiti usati consunti e sporchi... e anche lei non ha l'aspetto di essere proprio pulita. Però sorride. Passa tra la gente nelle carrozze dicendo "mangiare" o "cibo" o "mangia" o cose del genere con pesante accento latino-americano. Una mano tesa e nell'altra una pianola per bambini. Non ti dà il tempo di risponderle, di dire no o di cercare i soldi nella borsa, perché ti guarda sorridente e, se non sei pronto con le monete, lei ti dà una pacca leggera sui fianchi con la pianolina i cui tasti si illuminano al tocco magico del tuo culo emettendo i suoni sgraziati di qualche melodia infantile. E se le dai le spalle, allora la pacca diventa ben assestata, fa sobbalzare l'ignaro viaggiatore e ridere tutti gli altri.
Qui l'elemosina è assicurata!
Qualcuno si arrabbia, ma in tutta onestà, non ho mai visto una risata collettiva di quella misura in un viaggio dall'ufficio a casa. Ottima tecnica basata su un'efficente teoria: quella della condivisione della felicità, soprattutto da parte di chi ci aspettiamo non possa che essere solo triste. E invece... :-)
________________________________________________________________________
* Parlo di gente, non sapendo meglio descrivere questa quantità di studenti e studentesse, pendolari, professionisti, turisti e vacanzieri, fuori-sede, burini, extracomunitari, comunitari, stranieri, autoctoni...
Sarà la crisi?
Sarà questa tremenda crisi e la pressione che ci sentiamo addosso?
Non lo so, forse è questo peso del futuro incerto, di questo peggio che non si sa se è finito e se finirà, ma effettivamente MAI ho visto dare tanta elemosina in questi ultimi anni. Perfino ai e alle rom, particolarmente poco amati nella Roma neo-fascista di Alemanno e CasaPound. A parte qualche costante eccezione, come il turista veneto che inveisce contro la ragazzina-madre rom dicendole "Ma va lavura'", in mezzo a tutte le invettive irripetibili, senza pensare che, evidentemente, sta già lavorando, che quello per lei è il suo lavoro...
Onestamente è anche vero che MAI MAI ho visto così tanta gente chiedere l'elemosina.
Ed evidentemente anche in questo ambito si sta creando una certa concorrenza... che ha portato a sviluppare forme originali, direi creative, di approccio all'elemosina.
Non posso non citarne qualcuna, in particolare le tre che secondo me sono rappresentative di nuove teorie e tecniche applicate di elemosina post-moderna.
1. il sexy-barbone
Capita in via Marcantonio Colonna, proprio a qualche decina di metri dall'uscita della MetroA Lepanto, di ritrovarsi a passare accanto al senza-tetto, al secolo "barbone", seduto per terra, dal volto scuro e sporco, con abiti più grandi due volte rispetto alla sua misura, berrettino anni '80 e mano protesa. Ma questa volta non era un "barbone di turno", come purtroppo se ne vedono sempre di più in città, abbandonati alla fortuna di un riparo e della Caritas di Termini. Questo senza-tetto ha deciso di puntare sul mercato del porno! Per cui ti accorgi in un momento che la mano non protesa, l'altra, la destra, è tra le gambe e fa su e giù tenendo in mano qualcosina di rosso.
Una forma di scambio, con un prodotto che di norma rende... di norma. Forse bisogna lavorare di più sul "prodotto pornografico", ma l'idea di base è buona!
2. la finta turista disperata
Di persone che ti fermano nelle altre stazioni ferroviarie per chiedere qualche spicciolo per un biglietto del treno che non riescono a comprare proprio per quei due spiccioli... beh, ne abbiamo incrociati tutti. Di solito si pongono, com'è ovvio, nei pressi delle biglietterie automatiche dove c'è più possibilità che ci sia qualcuno che ha spicci (e che non può affermare di non averne senza fare una figura barbina) e dove effettivamente si potrebbero acquistare i fantomatici biglietti...
Ma lei, lei è l'innovazione.
In questa tipologia di approccio all'elemosina è l'innovazione.
La si trova a Termini nelle gallerie della metropolitana. In particolare nell'incrocio che attualmente porta dalla Metro B alla Metro A, subito prima delle ultime scale mobili per la linea rossa. Lei è lì, con i suoi pantoloncini, una maglietta, una felpina, uno zainetto tipico dei viaggiatori/turisti, i capelli raccolti in un codino con un bel ciuffo, un paio di occhiali con lenti da ipermetrope che non nascondono, anzi amplificano il suo sguardo smarrito, disorientato, disperso. Lei è lì che ti chiede aiuto, che non sa dove andare, come fare, come agire... e ti chiede un euro per... E sì, fino a quel momento la ascoltano tutti e tutte: quasi nessuno passa ignorandola, ma si fermano e la ascoltano fino alla richiesta, alla quale risponde positivamente solo una piccola parte. Gli altri se ne vanno delusi e si sentono ingannati...
Ma la tecnica del "far sentire rassicurati", l'aspetto da "turista dispersa e innocente", da "persona come te", la leva sul "senso di colpa" funzionano abbastanza bene. Forse bisogna lavorare sul modo in cui si arriva alla richiesta celata di elemosina per renderla efficace...
3. chi ti strappa il sorriso
E' strategica. Lei è veramente strategica: la sua strategia è farti ridere. Beh, non tutti e tutte ridono. Ma la maggioranza lo fa e se ne ricorda e, la volta seguente, si prepara qualche monetina da darle.
Come ti fa ridere? La incontri in metropolitana, di solito nella LineaA, è bassina e scura, parla in spagnolo ma non saprei dire se è spagnola, sembra più vecchia di quanto non sia, è vestita con abiti usati consunti e sporchi... e anche lei non ha l'aspetto di essere proprio pulita. Però sorride. Passa tra la gente nelle carrozze dicendo "mangiare" o "cibo" o "mangia" o cose del genere con pesante accento latino-americano. Una mano tesa e nell'altra una pianola per bambini. Non ti dà il tempo di risponderle, di dire no o di cercare i soldi nella borsa, perché ti guarda sorridente e, se non sei pronto con le monete, lei ti dà una pacca leggera sui fianchi con la pianolina i cui tasti si illuminano al tocco magico del tuo culo emettendo i suoni sgraziati di qualche melodia infantile. E se le dai le spalle, allora la pacca diventa ben assestata, fa sobbalzare l'ignaro viaggiatore e ridere tutti gli altri.
Qui l'elemosina è assicurata!
Qualcuno si arrabbia, ma in tutta onestà, non ho mai visto una risata collettiva di quella misura in un viaggio dall'ufficio a casa. Ottima tecnica basata su un'efficente teoria: quella della condivisione della felicità, soprattutto da parte di chi ci aspettiamo non possa che essere solo triste. E invece... :-)
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* Parlo di gente, non sapendo meglio descrivere questa quantità di studenti e studentesse, pendolari, professionisti, turisti e vacanzieri, fuori-sede, burini, extracomunitari, comunitari, stranieri, autoctoni...
domenica 4 dicembre 2011
Treni(CentroNord)Italia
Salgo di corsa sulla mia carrozza. Naturalmente ho sbagliato lato. Che fortuna!
Percorro il corridoio tra le due file di posti disposti convivialmente in gruppi da quattro.
Arrivo al mio posto, vicino alla porta opposta della carrozza.
Porta scorrevole con tasto inutile, giacché una magnifica fotocellula la farebbe aprire all'avvicinarsi di ogni mosca, se ci fosse. Ma qui mosche non ce ne sono. Il treno è lindo e ha un odore gradevole. Le sedute ben imbottite sono integre e pulite. Le tappezzerie non sanno di vecchio e polveroso, anzi.
Sul tavolino che divide le coppie di sedili, il mensile di Trenitalia. Scopro che è possibile accedere gratuitamente alla rete wi-fi, "Ma che meraviglia! Peccato che questo treno mi porterà a Firenze in poco più di un'ora e non ho il tempo di cazzeggiare su internet. Devo prepararmi all'intervista!"
Ma la rivista mi rassicura sul fatto che potrò usare l'accesso illimitatamente per le 24 ore successive alla prima autenticazione.
Salgo di corsa sulla mia carrozza. Naturalmente anche stavolta ho sbagliato lato. Che culo!
Percorro nuovamente il corridoio, abbastanza largo da essere attraversato da me e da un'altra persona. Stavolta non ho voglia di aspettare il passaggio di tutti: ho fretta, sono stanca, voglio sedermi.
Arrivo al mio posto, di nuovo vicino alla porta opposta della carrozza.
Posta scorrevole stavolta rotta: non si richiude da sè, devo accompagnarla ogni volta con la mano per evitare l'aria gelida che viene dall'area al di là della porta. Eppure anche questo è un Eurostar super-mega-figo-e-veloce!!! "Sarà che stiamo andando verso Sud" ho pensato per un attimo, pensiero seguito da un immediato biasimo della mia coscienza benpensante: "ma nooo, che dici!".
Mi siedo distrutta, gambe a pezzi e piedi sfatti. Non devo comprarli più gli stivali a 7 euro e le calze a 50 centesimi, o almeno dovrei evitare di abbinarli! Anche le braccia sono a pezzi, per il peso di portare il computer, le scartoffie e tutto il resto a braccio. Ma sono costretta ad usarle per richiudere le ante della porta scorrevole che, ad ogni passaggio, si aprono e non si richiudono più, con annesso spiffero gelido.
Con i nervi a fior di pelle, mi metto a sfogliare svogliatamente la rivista di Trenitalia.
Devo essere sincera: dopo qualche pagina avevo il sorriso sul volto, per l'idea, secondo me poco opportuna dal punto di vista della comunicazione, di porre di seguito una doppia pagina di pubblicità sul nuovo Executive di Trenitalia (con tanto di schienale imbottito e reclinabile, poggiaGAMBE regolabile, sala meeting con schermi e collegamenti Mac e ovviamente pasti al posto) accanto alla promozione delle tariffe Mini con tanto di valigia mal appiccicata su fondo panoramico di piazza Duomo di Milano, ovviamente, con tanto di finti adesivi delle destinazioni mal photoshoppati. Scopro poi su FSNews che le classi di viaggio saranno presto cancellate. "Ah", penso, "Finalmente!". Mi tocca scocciarmi a sufficienza per arrivare a sfogliare la rivista dal fondo per scoprire il meglio che il mensile ha da offrire.
Anzichè la prima e la seconda classe ci saranno quattro livelli di servizio: standard (cioè l'economico), premium (???), business (dove gli spazi sono normali e la gente non viaggia come bestiame -e già mi viene da aggiungere aggettivi accanto al sopra-menzionato "economico"- e poi???) e il famoso executive di cui si parlava prima (un ufficio in treno). Solo su Frecciarossa. E i Frecciarossa, si sa, sono limitati ad alcune zone specifiche, quelle "sviluppate" e su cui si punta per lo sviluppo...
Certo, perché basta sfogliare a ritroso qualche pagina per trovarsi di fronte a questa emblematica illustrazione relativa alle Frecce ad Alta Velocità: il fatto che l'Italia sia divisa in tre parti è evidentissimo. L'Italia va a diverse velocità, e pare proprio che Trenitalia contribuisca a rendere esponenziale il differenziale di accelerazione tra le diverse zone d'Italia.Da Roma al Nord-Ovest: 276 collegamenti, di cui 186 Frecciarossa, di cui 32 no-stop per Milano.
Da Roma al Nord-Est: 212 collegamenti, di cui 90 Frecciarossa (ma solo fino a Bologna) e 2 Frecciargento no-stop per Padova.
Da Roma a Napoli: 44 collegamenti, di cui 40 Frecciarossa.
Da Napoli al Sud-Ovest: 12 collegamenti, di cui 8 Frecciarossa (ma solo fino a Salerno).
Da Roma al Sud-Est: 16 collegamenti, di cui 0 Frecciarossa.
Le isole non sono contemplate.
Mappa aggiornata a maggio 2011: ci tengo a sottolinearlo anche io perché ultimamente Trenitalia ha deciso di ridurre il numero di molti collegamenti verso il Sud e, in particolare, di eliminare le cosiddette "corse socialmente utili", perché non hanno un buon margine di profitto*.
Parliamo non solo di eliminazione di servizi, di corse notturne e collegamenti diurni, ma anche di eventuali licenziamenti. E pare che l'attuale management abbia deciso di spostare gli investimenti dall'Italia verso la Francia. Giustamente Trenitalia investe in Francia.
Mi si dirà: ma è un'impresa privata ed è ovvio che sia il profitto privato il criterio portante di ogni decisione. Non è più un'impresa statale.Vero.
E' vero anche che lo Stato Italiano, cioè noi, cioè anche io, cioè anche chi sta leggendo, ha una forte partecipazione azionaria anche dopo la privatizzazione. Tant'è che i finanziamenti statali rendono possibili gran parte delle scelte delle strategie economiche di Trenitalia.
Mi viene, però, da pensare che essendo una impresa di servizi di pubblica utilità, in una situazione di monopolio di fatto, avrà delle RESPONSABILITÁ nei confronti della popolazione italiana.
Chiudo la rivista e mi collego al fantastico mondo del wi-fi di Frecciarossa di Trenitalia, per andare proprio a fare qualche verifica.
Che meraviglia leggere subito "FERROVIE DELLO STATO": penso che qualcosa vorrà dire...
Nella sezione "Missione e strategia"** leggo:
"La missione | Con i nostri servizi e gli interventi di potenziamento della rete contribuiamo allo sviluppo di un grande progetto di mobilità e di logistica per il Paese e alla sua crescita economica, sociale e culturale."Alla luce di quanto visto sopra, forse andrebbe corretto in "sviluppo per il Nord del Paese"?
Leggo più in basso, sotto il punto "Strategia | Nuovi servizi Alta Velocità/Alta Capacità":
"Da dicembre 2009, con l’attivazione dei tratti Firenze-Bologna e Milano-Novara, è stato completato e aperto all’esercizio commerciale il nuove asse AV/AC Torino – Salerno. I mille chilometri della “metropolitana veloce d’Italia” collegano i principali centri del Paese con tempi di viaggio concorrenziali rispetto all’aereo e all’auto. E accorciando le distanze, cambiano il modo di vivere degli italiani. degli italiani."
Eh sì, l'hann scritto minuscolo ma l'hann voluto ripetere due volte!!! Eppure l'Italia mica finisce a Salerno? O Trenitalia come il Gesù Cristo di Carlo Levi, oltre Eboli non riesce ad andarci? O forse il Mezzogiorno non è Italia? Non siamo Italiani?
Vogliamo parlare del profondo Sud e delle Isole?
Io sono originaria della provincia di Taranto. Una mia amica ha fatto questo rapido e significativo calcolo:
"Queste sono le proposte di Trenitalia per chi deve viaggiare da Grottaglie a Roma (Km 513). Durata media del viaggio 9 ore e 30 minuti. Costo medio in 2° classe 60,00 €."Il famoso sgarrupato sporco disumano e ignobile notturno da Roma a Lecce/Messina è stato ridotto ad una corsa il venerdì sera verso il Sud e una la domenica sera verso il Centro. A parte che quel treno, nelle sue condizioni vergognose, assicurava un collegamento sicuro tra il Centro-Italia e gran parte del Mezzogiorno, ora negato, ma vogliamo parlare della scelta dei giorni?
Al Sud, cari Italiani e care Italiane, ci si va solo per il weekend, per andare a trovare i parenti lontani o per le vacanze. E' escluso che ci si vada per lavorare, in settimana, concetto esattamente in linea con l'idea di sviluppo dichiarata da Trenitalia sul suo sito istituzionale e sulla sua patinata rivista in carta non riciclata e non riciclabile.
E indigesta anche per me.
Per me che a Taranto ci ritornavo per crearmi delle opportunità di lavoro, per un'idea di sviluppo che forse è in controtendenza... ed essendo stra-precaria, non avevo altra scelta che il notturno per la sua economicità e perché mi evitava di chiedere ore o giorni di permesso di cui, da precaria, naturalmente non ho il diritto.
Chiamo il controllore esausta.
"Senta, questa porta non funziona. Gentilmente faccia qualcosa"
"Ma la porta si apre"
"Le ho detto che non funziona: evidentemente non si chiude"
"Vediamo..."
La porta di apre e poi, ovviamente, non si richiude.
Dall'altra parte della porta, vicino ai bagni, qualcuno grida "Ma poi alla fine di richiude da sé".
M'inalbero.
"Senta, che motivazione avrei io per dire delle falsità?! Sono 30 minuti che chiudo questa cavolo di porta facendo leva con le braccia. Mi sarei stancata!!! E con quest'aria gelida rischio di ammalarmi. Vogliamo mantenere lo standard di servizio? O aspettiamo altri 10 minuti per verificare che non sto inventando per la voglia di inventare?"
Il controllore mi guarda male. Forse ho esagerato, d'altronde veste Trenitalia, ma non è Trenitalia...
Blocca la porta.
Aggiungo solo che per il resto del viaggio mi toccherà continuare a richiudere le porte a braccio perché chi esce le apre a mano, ma non le richiude alle sue spalle. Egoisticamente e superficialmente.
Torno a sedere.
La pagina ancora aperta sul sito di Trenitalia.
La chiudo.
Apro Facebook e scrivo:
"Ma che meraviglia gli Eurostar Frecciarossa di Trenitalia, con posti spaziosi, lindi e comodi, con la temperatura giusta, con la luce confortevole, coi tempi adeguati e con tanto di wi-fi AGGRATIS!!! Peccato che arrivino a Napoli, MASSIMO! Peccato, poi, che da Napoli in giù ti vendono anche i biglietti senza posto assicurato e viaggi 6 ore in piedi per percorrenze identiche. Peccato, poi, che da Napoli in giù il numero dei convogli sia sette volte inferiore... Peccato che per Trenitalia, l'Italia finisca al confine con il Mezzogiorno. Tanto vale chiamarla TreniCentroNorditalia, almeno non ci si prende in giro."E poi apro questo post.
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*http://bari.repubblica.it/cronaca/2011/11/13/news/puglia_sempre_pi_isolata_trenitalia_tagli_a_sette_corse-24923498/
**http://www.fsitaliane.it/cms/v/index.jsp?vgnextoid=69cae6155d5ba110VgnVCM1000003f16f90aRCRD
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