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lunedì 4 novembre 2013

L'amore ai tempi di BlaBlaCar

"E tu perché viaggi?" "Ho la ragazza a Trento"
"E tu perché viaggi?" "Ho il ragazzo a Grassano"
"E tu perché viaggi?" "Ho la ragazza a Genzano"

Ogni passaggio preso o dato è stato un viaggio attraverso storie, per lo più d'amore.
Storie a distanza, che l'uso condiviso di un'auto rende più vicine, più concrete.
La mia domanda, dopo il "perché viaggi", resta sempre "E' possibile un amore a distanza?".
Raccoglierò, viaggio dopo viaggio, attraverso le storie di questo pezzo d'Italia una sintesi di ciò che si pensa o quanto si crede nell'amore...ai tempi di BlaBlaCar.
Un pezzo d'Italia fatto di persone che hanno fiducia nel prossimo, che fanno del prossimo un compagno di viaggio e un collaboratore nella costruzione di storie di vita possibili, in cui la distanza si riduce anche grazie al prossimo, a quello sconosciuto portatore di storie che accompagna, ascolta, parla, condivide il tempo di qualche centinaio di chilometri con un altro sconosciuto.
Un pezzo d'Italia che crede nell'altro, e nell'amore.



_______ 1 ________ E tu ci credi all'amore a distanza?
"No, sai, scusa la domanda personale... Sono stata invadete. No, ma sai, è perché anche io ho una storia a distanza, anzi la vorrei. No, cioè, non è che la vorrei a distanza! E' la storia che vorrei. Ma per ora non può che essere a distanza... E cerco di capire, confrontandomi con altre persone, se è possibile... Tu... tu che ne pensi?"
"Ehehehe è una domanda difficile... soprattutto per uno che si occupa di scienze matematiche e che, forse, tende a razionalizzare molto. Io e Lisa stiamo insieme da tre anni. Abbiamo deciso di provare a stare insieme quando già la mia application per il dottorato era stata accettata... in Austria. Certo, Trento-Austria non era tanto distante, e io ho passato lunghi mesi a Trento, e Lisa è venuta a trovarmi spesso in Austria. La distanza c'era, ma era relativa... Ci si vedeva abbastanza spesso. Non che, quando ero in Austria, non ci fossero state tentazioni altrove. Spesso ho avuto l'occasione di avere storie, appunto occasionali. Ma ogni volta mi son chiesto "Vale la pena mettere in discussione una relazione che mi fa stare bene?" e mi rispondevo che no, non ne valeva la pena. Poi, ci siam fatti un discorso da adulti, Lisa ed io: ci piacevamo e ci volevamo bene e, quando abbiamo deciso di stare insieme a distanza, ci siamo detti che potevano provarci, che finché stavamo bene insieme sarebbe durata, ma nel momento in cui uno solo dei due avesse cominciato a star male ci saremmo parlati con franchezza e avremmo provato a risolvere insieme, magari tornando piano ad essere amici o ex-cordiali. In fondo ci vogliamo molto bene e non vedo perché escludere dalla mia vita una persona che ne ha fatto parte in modo così importante. Avevamo deciso di andare a convivere dopo il mio dottorato, sai? Ma poi a Trento non ho trovato lavoro e non mi andava di rinunciare a questa occupazione qui. Abbiamo pensato che da disoccupato depresso sarei stato male e comunque la nostra storia ne avrebbe risentito. Per cui, ragionevolmente, abbiamo cambiato i nostri progetti. Flessibili come il nostro lavoro e la nostra vita. Per cui, eccomi qui a fare il pendolare. Un weekend torno io a Trento, un weekend è Lisa che viene a trovare me. Per ora va bene. Stiamo bene. Finché è così, va bene."
"Insomma... fai un'analisi molto razionale. Da adulto."
"Sì, certo. Non si può più vivere l'amore con gli stati febbrili adolescenziali, non a distanza e non alla nostra età."
"Quanti anni hai?"
"Ventotto."
"Capisco."


_______ 2 ________ E tu ci credi all'amore a distanza?
"A volte sì, a volte no... Con Massimo abbiamo deciso di riprovarci da poco..."
"Riprovarci?"
"Sì, siamo stati insieme tanto tempo e tante volte. Quando ho cambiato lavoro, ho avuto un momento difficile e non abbiamo retto. Lui non ha retto, io ero nervosa e intrattabile. Ora che da qualche mese sono stata confermata con questa nuova occupazione, dopo il salto nel vuoto, ci siamo riavvicinati..."
"Salto nel vuoto perché lasciavi un lavoro con un buon contratto per uno incerto?"
"Eh, sì..."
"Sei stata coraggiosa, brava!"
"Eheheh, grazie... Ma lui non è stato coraggioso quanto me, o meglio, non ha saputo sostenermi nel momento più difficile. È facile stare insieme ad una persona quando sta bene e dà tanto...e poi lasciarla quando bisogna darle qualcosa..."
"Ma tu l'hai perdonato..."
"Non lo so. È che da quando mi sono innamorata di lui, anche nei lunghi periodi di lontananza, non sono mai riuscita ad amare un altro allo stesso modo. Massimo è Massimo. Quello che provo per lui è unico, e nemmeno gli anni riescono a cambiare questo debole che ho per lui. E credo che anche per lui sia lo stesso."
"Da quanto tempo?"
"Sono undici anni più o meno che ci conosciamo. Insieme di fatto non so quanto siamo stati insieme. Ora son circa sette mesi che siamo di nuovo una coppia, anche se a distanza, andando su e giù per l'Italia, dall'Emilia alla Basilicata... Ma alla fine non abbiamo mai smesso di far parte l'uno della vita dell'altro..."
"E tu quanti anni hai?"
"Trentadue"
"Capisco"



martedì 23 luglio 2013

________________Epitaffio per una Legnano rossa _________________ MOLTO SINGOLARE POCO COLLETTIVO

Vivevo a Roma quando Sante mi disse di aver trovato una bici abbandonata.
" Papaaaaaa', ti prego... "
" No, aspetta Sa', guarda che è bella! L'hanno lasciata in campagna, sai, dove stanno quelle discariche abusive... "
" Ma che schifo! "
" Non ti preoccupare, l'ho portata subito a lavare e disinfettare. E' bella, si piega, è rossa... l'ho presa per te."
Le cinque parole magiche: l'ho presa per te.

Qualche settimana dopo una Legnano rossa abbandonata e trovatella era in viaggio da Taranto a Roma. Giunse un caldissimo pomeriggio, al braccio di Sante che la portò fin sul pavimento del mio balcone, all'ottavo piano di un condominio da dove si vedevano solo antenne.
Era bellissima.
Ed era la mia prima bici. La prima bici mia.
Ero passata dalle bici inutilizzate di mio fratello, su cui avevo avuto un tardivo coraggio di provare a salire, alla graziella bianca di nonno Peppo, lascito fisiologico.
Ma mai avevo avuto una bici mia. Certo, non sarei stata la prima ad avere lei, ma l'avevo in quel momento e in quel momento, guardandola, avevo desiderato averla mia fino alla fine.
Era bellissima.
Perfetta.
Datata 1982.
Era bellissima.
Abbandonata e trovatella, salvata da Sante in mezzo alle campagne pugliesi e ora pronta ad affrontare l'Urbe, a dimostrarmi che potevamo raccogliere la sfida di recuperare un rapporto umano con una città invivibile.

La prima volta che ho usato il manico per portarla a braccio fino a largo Orazi e Curiazi avevo una paura adrenalinica che ricordo perfettamente... Balzai sulla sella e mi diressi verso la Caffarella. E lì giunse la prima delegittimazione: "Dove vuoi andare con quella bici senza marce!"... "Ovunque" fu la mia stupida orgogliosa risposta al canuto romano che, passeggiando, s'era imbattuto in una ragazza che risaliva faticosamente i piccoli pendii del parco.
Ma così fu. Fu ovunque. L'ovunque per me.

La Legnano mi portava in quindici minuti da Marco, che è un terzo del tempo che ci impiegavo in metro. La prima volta che ho percorso via Cilicia per andare da lui, ho avuto molta paura. Mi fermai poco prima del curvone per raccogliere le forze. Il coraggio me lo diede il sorriso di quel signore in bici, con la polo a righe e gli occhiali con le lenti transitions: mi salutò con un cenno della testa tonda e calva e un gran sorriso. Mi sentii parte di una comunità, una piccola comunità di coraggiosi in bici. Ed quel coraggio collettivo e condiviso mi spinse lungo quella brutta strada una, due, tre, decine di volte.
La Legnano mi portava a casa Messina, senza vergognarsi della sua guidatrice vestita di imbarazzanti accessori catarinfrangenti che fecero ridere tantissimo perfino Pedro, il mio dog-terapeuta.
La Legnano mi ha fatto conoscere le ciclofficine fino in fondo, mi ha fatto sporcare le mani di grasso, imparare a cambiare i freni, riparare una camera d'aria, mi ha fatto lavare le mani in mezzo ad altre decine di mani, mi ha fatto sentire l'emozione di vedere dei ragazzini che insegnavano agli adulti come smontare e rimontare una bici intera.
La Legnano m'ha accompagnato sull'Appia Antica. La Legnano mi portò una volta al mare a Santa Marinella con il noto poeta. La Legnano stava accanto a me in piazza mmmerda, o durante i concerti estivi al Verano, o alla festa democratica a Terme di Caracalla, o sui sanpietrini a Trastevere.
Ed era generosa, eravamo generose.
La fontana in mezzo a piazza Santa Maria in Trastevere ci ha viste girare almeno tre volte con il Nero che guidava e me ed Angelo arrampicati sulle sue piccole ruote da 24. E s'è fatta mettere le mani addosso da quel molesto ubriacone di Pio, che le ha lasciato un segno indelebile... direi un orgoglio "forato".
La Legnano mi ha riaccompagnata completamente ubriaca dall'ex-mattatoio, dove'ero con la mia amica immaginaria. Un sempre-amico e un nonancora-nonpiù-amante mi inseguirono fino al semaforo di Piramide per convincermi a desistere, ma nulla mi avrebbe convinta a rinunciare ad un meraviglioso viaggio in Legnano fino all'Appio Tuscolano, godendo del vento in faccia in una serata calda di ancora-estate.
La Legnano mi ha accompagnata in piazza del Popolo per il primo "Se non ora quando", mentre un ragazzotto, assolutamente non pronto alle mie parole, leggeva il mio intervento al "Se non ora quando" di Carosino, in mezzo alla piazza, dove la parola "menne" ancora rimbomba nella vasca della fontana del settecento.
La Legnano mi ha accompagnata alla manifestazione del 15 ottobre e insieme siamo fuggite dalle cariche della polizia, insieme abbiamo girato attorno a piazza San Giovanni inaccessibile e incendiata, aggirando il quartiere fino ad arrivare in via Appia Nuova, tra i cassonetti bruciati e le piccole squadre di ragazzini vestiti di nero, con caschi neri, mazze nere, bottiglie nere, menti nere, che ci passavano accanto e ferivano la nostra città, il nostro quartiere e noi piangevano e Anna mi chiamava preoccupata e MaiLo mi inviava aggiornamenti sul mai funzionante Blackberry.
La Legnano mi ha accompagnata alle riunioni collettive davanti a Santa Croce in Gerusalemme, dove con la Vale ci chiedevamo che cazzo ci facevamo lì e come cazzo pensavano quei giovani seduti in cerchio sul prato di cambiare il mondo scuotendo le mani in stile alleluja-dei-boyscout.
La Legnano mi ha regalato l'anno più bello della mia vita romana, mi ha fatto alzare lo sguardo e scoprire la bellezza dei palazzi del mio quartiere, mi ha fatto scoprire strade nuove, marciapiedi sconnessi, mi ha fatta insultare dai pedoni e minacciare dagli automobilisti, mi ha fatto recuperare l'umanità di quella non-città che ho amato ed odiato per dodici anni della mia vita.

Non son stata capace di trattenerla a me.
Me l'hanno rubata, a Pisa, il 10 luglio 2013.
Pace all'anima sua.



mercoledì 31 agosto 2011

Lettera d'amore


LASPRO | anno II n.5
gen/feb 2010
Addormentarmi con te è stato così facile ieri.
Davvero, non lo immaginavo...
Non l'ho immaginato nemmeno quando mi hanno tessuto le tue lodi, descrivendo il modo silenzioso e rassicurante col quale sai far compagnia.
Soprattutto Marco e Marco. Quanto spesso si saranno ritrovati ad addormentarsi abbracciati con te? Ed io che li prendevo in giro... a volte mi permettevo anche di fare del facile e gretto moralismo. È capitato perfino che mi scandalizzassi!
Lei non vi renderà felice.Vi farà del male. Ma non vi accorgete di come vi state riducendo?!”
E non avevo tutti i torti, tu lo sai. Certo che lo sai! Tu non dai felicità, mia cara, non è questo ciò che sai fare. Tu forse togli tristezza e riempi solitudini, forse. Ma dura poco.
La tua è una terapia blanda e illusoria. Un placebo. Ma quant'è dolce la tua illusione...
Soprattutto quando vieni a far compagnia la notte nelle stanze vuote e vissute come la mia.
Dura finché dura. Al mattino, puntualmente, ci si sveglia e tu non ci sei. Al posto tuo il vuoto che si pensava di aver colmato e una grossa confusione in testa. E nelle fauci, anziché il tuo sapore, resta solo qualcosa di aspro, come una mancanza. Una nuova mancanza. É voglia di te.
Sì, voglia di un'altra notte con te.
Cazzo, sono le undici del mattino, sono sveglia da poco meno di quattro ore e sto già immaginando, anzi pregustando il nostro prossimo incontro. Non sono cotta, non spaventarti.
Tu seduta ai piedi del letto, mentre io, ancora spossata, mi ci sto riposando, sdraiata e in pace col mondo. Ogni tanto allungo il braccio. Mi basta anche solo il semplice contatto fisico per sentirmi meglio. Accarezzarti il collo nudo e sentire i brividi del contatto tra la mia pelle calda e la tua, fredda e ancora imperlata di gocce, mentre dentro ancora fremi. Mi basta toccarti un po' di più e lo sento... fremi.
E allora mi piace sporgermi verso di te, prenderti e appoggiare le mie labbra sulle tue. E riempirmi di te la bocca e i pensieri, cancellando il resto.
Anche se è solo un attimo.
Certo, perché l'attimo seguente la mia voce ti parla ancora di lui, del suo affetto fraterno, della nostra relazione “di base” e del nostro amore, che ora per lui è solo qualcosa di collaterale, aggiuntivo, marginale.
“Tanto siamo stati qualsiasi cosa noi...”
diceva e le mie parole fanno eco dentro di te, che in rispettoso silenzio mi ascolti. Anzi, fai di più. Ti svuoti di te e ti riempi di me, delle mie ansie, delle mie sofferenze, delle mie seghe mentali.
È per questo che prima di gettarti ti richiudo. Perché i miei mali restino tutti dentro te, come fossi un vaso di Pandora.
Invece sei solo la mia quinta birra.



giovedì 19 maggio 2011

Chi ama di più il paese?

Chi ha rabbia accecante e repressa da anni ed esplode in pianti di gioia.
Chi il paese lo ha tenuto per anni e, ora, esplode in pianti di rabbia e tristezza.
Chi insinua un alito di malizia e cattiveria nell'interpretazione delle parole di chi non lo sostiene da suddito o servitore ma lo affronta criticamente.
Chi tifa ciecamente per la sua "squadra" come se si trattasse di calcio, difendendola anche di fronte ad evidenti autogol, giustificando falli sconcertanti, mentendo di fronte ad evidenti fuorigioco o falli di mano.
Chi dichiara il popolo sovrano solo se lo elegge, caprone o credulone se coi suoi voti premia qualcun'altro.
Chi è "permeabile" a tutto, perché tutto va bene, tutto è uguale di fronte all'urgenza di un obiettivo così ambito.
Chi candida manichini, applauditori professionisti, urlatori, incompetenti, in modo così evidente da poter mentire, da poter offrire un'altra interpretazione, da poter prendere in giro la nostra intelligenza.
Chi candida persone competenti, umili, convinte che la politica sia mettersi al servizio, che l'ambizione personale non possa prevalere sull'obiettivo del benessere generale, circondate però dalle persone di cui sopra.
Chi è arrogante, chi etichetta, chi tratta con riserva, chi odia a priori, chi si vendica, chi ignora, chi usa, chi abusa.
Chi si riempie la bocca di parole pregne di significato, piegandole però ai suoi personali interessi, alla bassa tifoseria, alla cieca rabbia, alla volontaria servitù: parole prese e lasciate, dimenticate, rigirate, svuotate.
Chi è leale.
Chi è sleale.
Chi è ipocrita.
Chi è sincero.

Chi ama più il paese?

La verità, purtroppo, è che ognuno dei gruppi che si è presentato era composto da quasi ognuna delle categorie elencate sopra. E ognuno dei suoi componenti amava e odiava.
Amava il paese, a modo suo, e odiava l'altro gruppo, a modo suo.
La domanda non è, quindi, chi ama di più.
Per me la domanda è chi fa prevalere il sentimento di amore su quello di odio.

Amare il paese vuol dire amare ogni cittadino e cittadina, inclusi coloro che si odiano.

Può un interesse più grande e allargato superare il proprio interesse?
Può il rispetto per l'intelligenza di chi si rappresenta portare all'impermeabilità, al riconoscimento, al rispetto e alla valorizzazione degli ideali, delle differenze, del pensiero divergente?
Può un obiettivo "impersonale", collettivo, accompagnare verso una responsabilità delle proprie scelte, del proprio ruolo?
Può quell'amore per il paese, concetto così abusato, essere la cifra del futuro, della costruzione di una democrazia, anche se nel piccolo di un paesello, ad un impegno di tutti nella tutela degli interessi di tutti?

Può vincere il paese?

Io mi auguro di sì.
In questo momento di enorme cambiamento a livello nazionale, nel quale si sta affacciando nuovamente la sinistra, una sinistra palesemente coraggiosamente consapevolmente e responsabilmente sinistra, anche nel nostro piccolo stiamo vivendo un cambiamento.
Il voto di questo fine settimana ha stabilito il tramonto di una amministrazione e ha fatto emergere anche la voglia di una svolta, di una innovazione, di fiducia allargata, di novità.
Quello che aspettiamo è di capire se questo voto abbia stabilito, oltre al tramonto, anche un'alba.
Per capirlo è necessario che si lavori. Lavorare insieme, con coerenza, con stabilità, con umiltà e con coraggio, superando gli odi personali e ideologici che hanno segnato queste ultime settimane, anche internamente ai gruppi.
E questo è l'invito che io faccio alla nuova amministrazione e all'opposizione.
Perché l'alba può esserci solo nella costruzione collaborativa e dialogica di una democrazia.
Una democrazia nei e dei fatti.

giovedì 5 maggio 2011

I frutti buoni della malerba

Ieri una persona legata alla sezione di Carosino di Sinistra Ecologia e Libertà ha rivelato ad un mio stretto congiunto che forse il mio attacco è così strenuo e costante perché nel suo gruppo vi è un uomo che ho amato.

L’interlocutore ha risposto, conoscendomi bene, che io mi sento sempre libera di esprimere il mio dissenso davanti a quello che proprio non va, allo scopo di contribuire alla sua evoluzione e indipendentemente dagli individui coinvolti.


Questo è il punto.
L’amore.

Il mio congiunto ha saputo in poche parole rispondere al meglio a quella che è un’ipotesi che può togliere forza, legittimazione e valore ad un impegno, seppur piccolo, per il mio paese.

Un’ipotesi che, naturalmente, avranno elaborato in molti, ma che non trova terreno nei contenuti del mio dire, scrivere, fare: essi sono indisponibili a certi venti di parole, a certe piogge scure, a certi umori pesanti. E dal mio blog è possibile verificarlo.

Le mie parole che suonano come accuse violente sono solo evidenze, non invento nulla, scrivo ciò che è sotto gli occhi di tutti o di cui ho avuto esperienza diretta, tant’è che in molti hanno commentato che “non si tratta di nulla di nuovo”, come se una cosa avesse valore solo nel suo essere originale, come se palesare il volutamente sommerso non avesse valore, come se “mettersi sulla bocca di un paese” semplicemente esprimendosi sia come niente.


Questo è il punto.
L’amore può portare a “mettersi sulla bocca di un paese”?

Sì, l’amore può, l’amore è vasto, l’amore ci supera nelle nostre piccolezza, soprattutto se non si tratta dell’amore per una persona, ma per seimilaseicentocinquantanove persone, per la terra che ha dato a noi tutti il nome e l’origine e l’ossigeno e le possibilità, anche se poche.

E allora forse quella persona che pensava che io fossi mossa da amore si sbagliava ma di poco. Sono mossa da amore ma per il mio paese da un lato, per il progetto di un partito che era in linea con i miei pensieri e da cui finalmente mi sentivo rappresentata dall’altro. Questo amore è quello che invisibilmente unisce molti di noi, ma solo se non viene dopo l’amore per se stessi.

Il mio blog si chiama Singolare e collettivo proprio per questo. La mia pienezza di cittadina si compie nella misura in cui contribuisco alla crescita e al benessere della collettività che poi (sottolineo poi) diventa anche il mio di benessere.


Questo è il punto.
L’amore per gli altri diventa amore per se stessi.

E non viceversa, secondo me. Parliamo di politica e per me la politica è questo: fare il bene della collettività. Se questo passa attraverso la lotta, il sacrificio, il fango, il sentirsi dire alle spalle di tutto, il diventare il capro espiatorio di cose sulle quali non ho alcuna influenza, l’essere letta e interpretata con una punta di malizia, il ricevere “attestati di odio” e avvertimenti, il veder minimizzare il mio impegno riferendolo ad una relazione finita, che sia. Non mi spaventa.


Questo è il punto.
L’amore come questione personale?

L’amore è una questione personale.

L’amore è politica nel momento in cui è rivolta ad un territorio, ad una sua visione futura, alla comunità.

La politica è quindi una questione personale. Una questione personale che va oltre i personalismi, proprio perché etero-diretta: diretta verso l’altro, verso una pluralità, verso qualcosa che ci supera in termini di spazio e tempo. E NON VERSO SE STESSI E I PROPRI INTERESSI.

La forza oppositiva del mio agire è dettata da questo: il fatto che le scelte dei politici abbiano una influenza sulla mia felicità, sulla qualità della mia vita, sulla quotidianità della mia famiglia e dei miei amici, sulle possibilità che la mia terra mi offre, inclusa quella di poter tornare. Il fatto che, proprio per questo, i politici debbano esprimere i miei bisogni e trovarne soluzioni, il fatto che debbano fare i miei interessi e contribuire alle possibilità che avrò nel futuro. Il fatto che, perché questo sia possibile, io senta dentro di me il dovere morale di dire quello che penso, di far emergere le mie esigenze, di esprimere il mio pensiero, di darmi voce, DI FARMI RAPPRESENTARE.


Questo è il punto.
L’amore nei miei confronti.

I politici per fare i miei interessi devono amarmi [me come ogni altr@ Carosinese]. Devono fare il mio bene e per farlo devono conoscermi, ascoltarmi, farsi miei portavoce e non portavoce di se stessi. I politici devono scendere dal loro piedistallo e comprendere che il loro lavoro sta nel mettersi al nostro servizio, migliorare la nostra vita, fare il nostro bene.

Io voglio che sia il SEL a rappresentarmi perché il suo progetto parla di me, mi capisce e mi convince, mi ama.

Io voglio che anche il SEL di Carosino mi ami, che i candidati di SEL Carosino mi amino, voglio che la persona che è andata a parlare con il mio congiunto mi ami…

Ed è per questo che la mia forza contestatrice, polemica e critica si scaglia in misura maggiore verso questo partito: perché voglio che mi rappresenti sempre, che rappresenti il meglio ovunque, soprattutto laddove io vorrei dare il mio contributo. E, ad ora, il SEL di Carosino non mi rappresenta.


Per cui non struggetevi nell’odio per me. Perché io non vi odio.

Per cui non combattetemi con la forza. Perché io so femmna di nerbo.

Per cui non interpretate il mio impegno con superficiali ipotesi. Perché io non sono in superficie. Io sono dentro. Perché quella che sembra malerba può portare frutti buoni.


E che sia con o senza di voi, porterò lo stesso i miei piccoli modesti frutti.
Ma buoni.

domenica 24 aprile 2011

Rinunci a Satana? No, non rinuncio.



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Sono giorni che penso e che ripenso all'opportunità di pubblicare questo post.
Sono giorni che penso se ne valga la pena.
Sono giorni che mi chiedo se è giusto esprimere liberamente quello che si pensa
sapendo che probabilmente la comunità incredula o bigotta ne farà pagare le conseguenze
solo alla mia famiglia.

"Habemus papam" di ieri sera mi ha fatto ulteriormente riflettere sulla questione della scelta.
Della scelta per sé, della scelta per i cari, della scelta per gli altri, della scelta per tutti.

Non ho ancora preso una decisione, nonostante l'appoggio della mia famiglia,
che del mio coraggio fa baluardo e scudo.

Per ora pubblicherò solo il titolo, consapevole che chi sa o chi ha riflettuto, capirà.

martedì 19 aprile 2011

La primavera se ne frega

La gazza saltellava attenta tra i rami di grano nascente, attirata dal bagliore irregolare di un cilindro di vetro mosso dal vento. Il suo sguardo immobile nella testa appuntita e irrequieta era alla ricerca di materiale da recupero per la costruzione del nido, ma per un istante lungo un'immensità riuscì a vedere solo la bottiglia ondeggiare e scoprire ai suoi occhi ignari la terra abusata e umiliata sotto alla rinascita primaverile.

Il vento accarezzava piano le piume della gazza e, un poco più sopra, la forza della natura, spandendo polveri gialle e verdi sull'asfalto vicino, portando via i rami secchi fino al centro della strada e spazzando piccoli rettangoli di carta spiegazzati e marci quasi fino a casa di Elvis.

La gazza saltellando raccolse qualche rametto per poi prendere il volo verso il suo nido futuro: sistemò il materiale con precisione e cura, attorcigliando fittamente la ramaglia e il fogliame morto nel fondo di quella che sarebbe diventata una piccola mezza sfera cava.

La gazza riprese il volo, più lungamente, portandosi dalla periferia del paese alla piazza in festa. Era la controra e lo stomaco della cittadina taceva in un ruminare nascosto, tra pareti e soffitti, televisioni accese e discorsi sospesi.

Il vento accompagnò la gazza fino al balcone del palazzo ducale. Si guardò intorno con scatti precisi alla ricerca di qualche pezzo interessante per la sua opera ingegneristica.

Anche in questo il vento la aiutò. Altri piccoli rettangoli di carta colorata rimbalzavano tra le pietre lisce e il bordo del marciapiedi, disegnando volute di tramontana e spettacoli di danza estemporanea che nessuno spettatore aveva ancora visto, a parte la gazza.

Planando con grazia, si appollaiò vicino la sede de “La Crasta” e cominciò a raccogliere quei quadratini volanti. Ne imbeccò qualcuno, tra quelli più sfatti dall'azione dell'aria e dell'acqua, ma anche dell'essere umano che ne aveva piegato bordi, arrotolato il corpo, strappato gli angoli.

Quando comprese di non poterne raccogliere altri, riprese il volo indisturbata, nella calma del sole d'aprile e si portò verso l'intreccio di foglie e rametti che sarebbe stata a breve la sua nuova casa carosinese. Collocò i pezzi di carta più grandi nel mezzo, quasi a sovrapporre innumerevoli strati di un materasso dove poter deporre morbidamente le sue uova.

Fu così che in uno dei piccoli cuori pulsanti della primavera apperve il volto del signor Chiloiro. Vicino a lui, quello del signor Leuzzi che però fu meno fortunato: forse per via dei colori accesi la gazza ladra gli rifiutò il posto d'onore al centro del nido, spezzettandolo e relegandolo alle fessure aperte della struttura. Il signor Leuzzi fu collante e isolante, il signor Chiloiro tappeto e pavimento. Tra i rametti apparve anche qualche traccia del signor Sapio, senza volto, ma evocativo del cielo, a far da facilitatore ai pulcini prima di prendere il volo.

La gazza tornò più volte in piazza, raccolse qualche briciola per se stessa, un po' di filo dalla copertura della fontana, ma soprattutto altri rettangolini di carta, che ogni volta e in abbondanza trovava arrotolarsi in capovolte leggere sulle pietre chiare e spesso anche per le strade ad allietare gatti e cani randagi, annoiati e abbrustoliti al nuovo sole.

La gazza, naturalmente, continuava a preferire la piazza, nella quale Cataldo era guardiano e compagno, mai una minaccia. E continuava a preferire la controra perché trovava gli esseri umani meno chiassosi a quell'ora, se non del tutto assenti, perché alle persone che circondavano quei tre uomini appesi agli edifici della piazza, così divise tra loro, borbottanti, infelici e fintamente festose, a queste persone la gazza preferiva quei tre individui che convivevano da tempo e in perfetta armonia in casa sua insieme ai nomi di una pluralità di candidati, perché a quella piazza tesa e non accogliente, vuota e gremita preferiva la primavera.

La gazza tornò spesso in quella piazza sventolante, sempre alla controra, finché non ebbe finito il nido.

Nacquero i suoi pulcini.

L'ultimo nato morì presto.

Gli altri furono svezzati con vermi e semi.

La loro vita andò avanti nonostante Carosino.

Perché in fondo la primavera sboccia comunque.

Perché in fondo del mormorio degli uomini la primavera se ne frega.



Dettaglio foto "Carosino via Fieramosca" © BLove

domenica 3 aprile 2011

PICCOLO PRONTUARIO DEL DIALOGO AMOROSO

Stare accanto e percepirsi in modi opposti: per umana convenzione è rabbia e orgoglio, per intima sensazione è dolore e perduto amore. Eppur la convenzione vince. E nemmeno ci si ascolta più.

"Mi concederesti un minuto per parlare?" piuttosto che "Oh! Vieni qua!".

"Vorrei ascoltarti e capirti." piuttosto che "Perché ti comporti così?!".

"Mi spiace..." piuttosto che "Io non ho fatto niente".

"Aspetta, parliamone" piuttosto che "Sì, vabbeh!".

"Ti amo" piuttosto che dare le spalle e andare via in silenzio.

"Non ti amo più" piuttosto che "Prendiamoci un po' di tempo".

"Ho capito di avere altre priorità" piuttosto che "Sono pessimista".

"Mi spiace, ho le mie colpe" piuttosto che "Non è solo colpa mia".

"Stai particolarmente bene stasera" piuttosto che "Stai bene stasera".

"Vorrei che insieme risolvessimo questi problemi" piuttosto che "Parliamo sempre delle stesse cose".

"Mi piacerebbe vederti quel vestito che ti dona tanto" piuttosto "Vestiti ogni tanto da donna/uomo!".

"Comprendo le tue reazioni e farò di tutto per riconquistare la tua fiducia" piuttosto che "Io c'ho provato, ma tu hai messo su dei paletti e mi sono stancato".

Far sentire la propria presenza piuttosto che dire "Ti sono vicino".

"Ti posso dimostrare che le cose stanno diversamente" e poi dimostrarle piuttosto che dire "Bugia".

Andarsene lontano piuttosto che ruttare accanto alla persona cui qualche minuto prima si è scritto "Ti amo".